L'altro viaggio

scritto da Er-lacoste

Una pagina autobiografica però con contenuti didattici e pedagogici. Ora anche il più scannato studente italiano può osare pensare di partecipare ad un viaggio ed a qualche meeting usando la ferrovia. E questo è un bene.
"monumento al treno" vicino a Krasnodor monumento al treno

Dunque non c'è alternativa al treno. Il dottore è stato chiaro. Esclusa tassativamente ogni partenza prima della visita di controllo. Esclusa semi tassativamente la possibilità di affrontare un viaggio del tipo programmato, guidando da solo. I tempi per organizzare un equipaggio dopo l'inizio del viaggio previsto per il primo agosto non ci sono e la certezza di potersi aggregare a qualcuno lungo il cammino non sono sicure. Dunque non c'è alternativa al treno. Sarà forse questa l'unica possibilità residua per rimanere aggregati alla comitiva nell'avventuroso cammino verso gli Urali.

Ma è proprio così? Com'è la situazione delle ferrovie russe? E ci sono linee che collegano le ignote città da toccare? E gli orari combaciano con i meeting?

Mi accorgo che la Russia nonostante la caduta del muro rimane un mistero nel mistero. Al di là di tutto, la nostra è una generazione cresciuta con un orizzonte culturale e politico destinato a fermarsi al fiume Elba. Oltre solo "l'impero del male" incarnato in multiformi e sfaccettate realtà culturali, da quelle più nobili della religione e della politica a quelle più briose e leggere del film e della commedia. Sì, da Stalin a James Bond la Russia è stato solo un misterioso, potente ed impenetrabile nemico da battere. La dimensione e la struttura geografica, sociale, economica e culturale di questo nemico ci è stata e continua a rimanere totalmente ignota. E il suo sistema ferroviaro ?! Un mistero nel mistero, appunto.

E tuttavia ricordavo bene dalle letture giovanili che Lenin - esattamente come il generale Cadorna - aveva organizzato la difesa della rivoluzione viaggiando su un treno blindato trasformato in quartier generale. Dunque una rete ferroviaria doveva esistere sin dal 1918. Mi ricordavo poi, le pagine straordinarie di Solgenistin sul viaggio di Zivago nella sconfinata steppa russa. Il viaggio come esperienza esistenziale e spirituale intrinseca al popolo russo ed alla sua cultura. Il viaggio come confronto interiore dell'uomo con l'illimitata dimensione del territorio e dunque con la "terra", intesa vuoi come natura, vuoi come realtà spirituale. Ora se Lenin e Zivago avevano risolto i loro problemi, - certo maggiori dei miei, - con il treno, anche io avrei potuto fare lo stesso.

La veloce ricerca su Internet rafforza le mie convinzioni. Dal pallore dello schermo esce un orario ferroviario indecifrabile e in cirillico, della linea transiberiana. Una scarna pagina di numeri e nomi incomprensibili. E tuttavia la conferma che in Russia la rete ferroviaria c'è e che dunque - in caso di necessità -avrei potuto seguire la comitiva viaggiando in qualche modo con mezzi miei?forse.

A Kiev arriva una prima conferma seppure indiretta alle inconsce intuizioni. Due ragazze (che per fortuna parlano perfettamente inglese essendo interpreti) sono venute da Odessa viaggiando tutta la notte in treno. Le loro risposte dettagliate alle mie specifiche domande mi tranquillizzano. Forse loro desideravano un altro tipo di dialogo e non un serrato interrogatorio sui mezzi di trasporto in Ucraina e Russia. Ma in quel momento la mia testa era là, agli Urali, all'Asia occidentale russa, insomma altrove. Dovevo sapere ed ho saputo: l'Ucraina ha treni comodi e con cuccette che l'attraversano da nord a sud e da est a Ovest. Ora, se l'Ucraina ha una rete ferroviaria funzionante ed efficiente la Russia non poteva certo essere da meno. Dunque il viaggio avrebbe potuto continuare?.forse.

La conferma finale arriva a Simferopoli. La mattina libera prima del meeting la spendo tutta a fare un sopraluogo alla stazione ferroviaria.
stazione centrale di Simferopolstazione di Simferopol
Le sorprese non sono state poche. Me le fa comprendere una bionda e deliziosa addetta dell'ufficio informazione vestita nella sua elegante divisa fatta da una camicia bianca con colletto inamidato e mostrine d'oro perfettamente intonate al colore dei capelli. I ferrovieri ucraini e russi sono molto eleganti e curati nell'aspetto ed in qualche modo marziali. Hanno un qualche cosa di militare. Ho capito dopo perché. La ferrovia è uno dei servizio più importanti che lo Stato eroga e dunque chi vi lavora deve avere la dignità ed il prestigio che lo Stato incarna nella società. Anche in Europa questo è vero, ma in Russia il fenomeno è più vistoso e marcato. Sì la elegante e marziale divisa di questa giovane e veramente carina ferroviera addetta all'ufficio informazioni, è un retaggio di 50 anni di statalismo socialista che sono passati naturalmente e senza traumi nella nuova realtà politica e sociale che si va configurando lentamente nell'est europeo.

La deliziosa ferroviera riesce a farmi capire con gesti, appunti scritti, parole individuate sul mio vocabolario tascabile, mimica facciale espressiva e larghi cenni di assenso o di diniego del capo che impercettibilmente muovono i suoi delicati e setati capelli biondi, che esiste un treno che parte ogni giorno da Simferopoli ed arriva tre giorni dopo a Ekaterinimburg. Dunque esiste una linea che collega la Crimea alla transiberiana nel cuore degli Urali. Esattamente il percorso che dobbiamo fare noi. Forse sono salvo?.forse.

Ora è tutto chiaro. La rete ferroviaria russa è basata su un asse fondamentale: la transiberiana che partendo da Mosca arriva a Vladivostok attraversando tutto intero l'immenso territorio russo. Da questo asse fondamentale si diramano linee secondarie esattamente come il sistema arterioso che porta il sangue sino all'ultima cellula si dirama dall'arteria aortica. L'arteria che parte da Ekaterinimburg ed arriva alla Crimea è una delle più importanti perché collega il centro della Russia al mare Nero, e dunque alle acque calde del mediterraneo.

Un breve giro per la stazione di Simferopoli me ne da conferma. Sembra di stare alla stazione della metropolitana di Ostia Lido una domenica d'estate nella mia Roma. Gente in pantaloncini e con ombrelloni, bambini con palette e secchielli e nonne con cappelli di paglia per il sole. Ragazzi abbronzati ed aria di vacanza ovunque. Solo immense valige di stoffa ricordano che non stiamo precisamente nella stazione di Ostia, ma al terminale di un viaggio che dura parecchi giorni. Ed arriva la prima scoperta non prevedibile. Ad Agosto in Italia l'esodo si fa in macchina, e il mare si raggiunge dopo l'odissea delle code autostradali che tutta la settimana prima della partenza la televisione non ha cessato di farmi vedere. In Russia invece, al mare ci si va in treno. La famigliola che vive in una qualunque parte della steppa si mette in viaggio e raggiunge il mare Nero o il mare di Azov usando il treno; viaggiando appunto per l'arteria periferica che forse dovrò usare anche io. La Russia non ha abbandonato il treno a favore della macchina, e il suo sistema di trasporto rimane un mix ferro-gomma che a prima vista mi pare ben miscelato e omogeneo. Occorrerà rivedere molte idee su questo paese.

Il sopraluogo alla stazione di Simferopoli mi tranquillizza ma anche mi preoccupa. Le linee ferroviarie in Russia esistono e sono ben funzionanti, ma nessuno parla una parola di inglese ed il mio russo è un entità pressoché vicino allo zero. Di francese, di italiano o di spagnolo neanche a parlarne. Il viaggio sarà possibile; ma come? Cosa ci sarà all'interno di questo universo misterioso eppure efficiente che pulsa con tanta vitalità nel ramificato sistema arterioso del trasporto pubblico russo? Alla fine la risposta arriva dal buon senso. Se viaggiano bambini, famiglie e vecchiette potrò ben viaggiare anche io. Basterà non sbagliare la stazione per scendere. Ma fino a lì credo di arrivarci cirillico o non cirillico, inglese o non inglese.

Il viaggio prosegue, e ora che ho capito seppur solo embrionalmente come stanno le cose, noto che la presenza discreta della ferrovia ci accompagna lungo la strada che percorro in macchina con il carissimo Brave-heart, lasciando i suoi segni inconfondibili ora qua ora là. Passata Fedosia e lasciata l'Ucraina dopo l'avventuroso passaggio di frontiera a Kertch, la strada corre larga e spaziosa verso Krasnodar. E' una strada larga e con un traffico quasi nullo attraverso campagne fertili e ben irrigate. Qua e là compare una linea ferroviaria. Probabilmente è quella che collega la Russia meridionale alle spiagge di Soci e prosegue per la Georgia?. forse.

Alla nostra sinistra si stendono le rive del mare d'Azov. Il verde della campagna arriva proprio sino al mare ed intuisco spiagge bellissime e selvagge. Ora compare distendendosi per chilometri uno strano campeggio. Tende libere molto distanziate l'una dall'altra, in riva al mare, ed immerse in questa campagna verde e lussureggiante. Ogni tanto compare un piccolo chiosco di ristoro, poi un cassonetto d'immondizie, poi un piccolo bar. La presenza umana è rara e discreta. Famigliole che compaiono all'improvviso, bimbi che giocano. Ma soprattutto mi meraviglia lo scarsissimo numero delle macchine. Nulla a che vedere con i super affollati ed ingorgati campeggi italiani. Dunque in questo strano e splendido campeggio libero, o meglio in questa vastissima area in cui è consentito il campeggio, ci si arriva in pulman ed in treno? Qualcuno arriva pure in macchina. Ecco dove vanno a finire i nuclei familiari che partiti dalle steppe dell'Asia centrale russa, migrano verso il mare per prendere le loro meritate vacanze. Le rive del mare d'Azov, ma anche la Crimea, le spiagge di Soci sono pieni di quella stessa umanità festante e vacanziera e spensierata e gioiosa che ho incrociato alla stazione di Simferopoli.

A Volgograd (già Stalingrado) la presenza della ferrovia è molto più evidente e vistosa. Quando andiamo a visitare i luoghi della celebre battaglia e la piccola collina che sovrasta la città e che fu il punto strategico e nevralgico di tutto lo schieramento difensivo russo, il limite non superabile assegnato dai comandanti russi ai propri soldati è la linea ferroviaria ai piedi della collina. Lì, dove la ferrovia fa una larga curva e si prospetta come linea difensiva naturale, devono essere accaduti gli episodi più cruenti e spietati di questa battaglia. Il Volga è solo a un Kilometro di distanza. Ma per vero, mentre la guida si affanna a spiegare e il caro Micael a tradurre, noto bene come questa linea sia quella che collega l'area industriale di Volgograd che si estende sotto di noi a qualche snodo che sta a nord. Forse a un porto fluviale o forse una stazione di scambio. Certo è che la ferrovia in Russia è ampiamente utilizzata per il trasporto industriale e questo mi tranquillizza molto. Vuol dire che il sistema è attivo, funzionante, pulsante e dunque ampiamente fruibile.

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Il D day giunge a Samara. Non è più possibile proseguire in auto, non esistono collegamenti aerei se non settimanali per Tcheliabinsk, nostra prossima tappa,. Dunque non rimane che la ferrovia. Come sempre il viaggio è preceduto dal sopraluogo alla stazione e dall'acquisizione di tutte le notizie possibili per evitare pasticci dell'ultimo minuto. Prudenza benedetta. A Samara apprendo che le linee ferroviarie Russe girano tutte su un'unica ora: quella di Mosca. La qual cosa significa che ogni treno parte o arriva a Samara in un orario sfalsato di tre ore, perché tale è la distanza del fuso tra Samara e Mosca.
la stazione di Samara.. una specie di grattacielo di vetro e cemento stazione di Samara

La Stazione di Samara è bella e grande. E' moderna e totalmente rifatta. Una specie di grattacielo di vetro e ferro azzurro che per vero mal si lega con la architettura neoclassica e zarista del centro della Città. Ma Samara è una città strategica importante. Alla confluenza tra il fiume Samara ed il Volga, là dove il Volga traccia una ampia ansa di 180 gradi volgendo nuovamente verso il nord est, è stata storicamente lo snodo strategico essenziale per controllare l'area del medio Volga. E' una città grande, industrializzata ma anche molto turisticizzata perché qui il Volga è balneabile e costellato da isole ed isolette verdi e rocciose splendide, che ricordano in qualche modo Capri. Il nostro Albergo sta proprio nella parte rivierasca costeggiata da giardini e case bellissime che ai tempi zaristi dovevano essere sicuramente appartenute alla nobiltà. Quando sono arrivato in questo bell'albergo in piena notte proveniente dall'aeroporto ero molto contento. Infatti a solo 100 metri dall'ingresso dell'Albergo si trovava un edificio massiccio con una grande scritta luminosa "Vokzal": Stazione. Pensavo che fossimo alloggiati vicino alla stazione in pieno centro. Solo alla mattina mi sono accorto dell'errore.
la stazione marittima di Samara vista dal nostro albergo porto di Samara
Eravamo alloggiati vicino alla stazione marittima. Samara infatti, è collegata con un vastissimo interland attraverso il Volga che è un fiume perfettamente navigabile e un arteria di collegamento complementare a quella ferroviaria. La mattina la stazione balneare pullula di contadini che arrivano con i loro fagotti e le loro merci da vendere. Ma anche di impiegati, operai, giovani. Mi accorgo di una vitalità che ho percepito solo in minima misura nei tratti navigabili dei fiumi europei. Samara è al centro dunque di una vastissima area agricola, industriale, turistica il cui sistema di trasporto è perfettamente integrato tra ferrovia, fiume e strada. La cartina che ho poi comprato in albergo mi spiega (in inglese per fortuna) che da Samara parte una linea ferroviaria secondaria che porta in Kazakistan e nell'Asia centro occidentale.

Ecco perché la sua stazione ferroviaria è grande e completamente ristrutturata e pulsante di vita.

Come a Simferopoli la ferroviera addetta all'ufficio informazioni è elegantissima nella sua divisa bianca da colonnello dell'esercito, con mostrine dorate e colletto inamidato. Solo è meno carina e accorgendosi forse che la guardo con un aria assorta e preoccupata di altro, si impegna assai meno a farmi capire quello che dice con il suo linguaggio veloce, tecnico ed assolutamente incomprensibile. La minestra è presto scodellata con un foglietto indecifrabile fatto di cifre e segni cirillici. Occorre una lunga esegesi per cercare di capire. Per fortuna il tabellone della stazione è molto ben fatto e assolutamente chiaro. Il numero del treno mi riporta all'orario e dall'orario è facile risalire al binario. Occorre ora fare il biglietto. Per fortuna il carissimo Enzo che è rimasto a Samara mi tiene compagnia nell'avventura e mi aiuta. La bigliettaia è anche lei elegantissima nella sua divisa immacolata e marziale, ma questa volta è una donnona giunonica e matronale. Ha la faccia da contadina russa ma simpatica e gioviale. Mi chiede il passaporto e comincia a trafficare con il computer. Noto bene come tutto il sistema di biglietteria sia telematizzato e non capisco veramente il perché. Solo in treno vedrò come ogni cuccetta sia numerata e assegnata prima di partire. In Russia non si viaggia in piedi. Quando una carrozza è piena se ne aggiunge un'altra. Tutte le carrozze saranno piene e nessuna sarà vuota. Così è anche per il mio treno che mi accorgerò lungo non meno di almeno un Kilometro.

Arrivati al dunque, la giunonica donnona della biglietteria mi fa capire che esistono due treni per Tchelibinsk: uno alle 11 di mattina ed uno alle 4 del pomeriggio. La buona donna mi suggerisce quello delle 4 ma io ovviamente insisto per quello delle 11. Prima parto, prima arrivo. Elementare ! La ferroviera invece insiste ed anche molto per quello delle 4 ma io sono irremovibile. Alla fine la buona donna cede e mi da il biglietto con un largo sorriso; come dicesse: "lo hai voluto te".

Comincia l'attesa. La stazione di Samara è come tutte le stazioni del mondo. Pullula di vita e di gente. L'ingresso ai binari avviene tramite scale che scendono sulle pensiline partendo da una ampia struttura sopraelevata e coperta che sovrasta e attraversa la fascia dei binari sottostanti. Conto 12 binari e dunque 12 scale di discesa. L'ingresso della stazione è un ampia area con molti servizi che termina alle scale che portano alla struttura sopraelevata dove sostano i passeggeri. Un sistema geniale dettato dalla necessità. Probabilmente qui l'inverno è molto freddo, e l'ampia struttura sopraelevata fa sì che i passeggeri possano aspettare il treno al caldo, percorrendo poi a piedi e allo scoperto un minimo tratto fino alla loro carrozza. In prosieguo noterò che tutte le stazioni importanti sono strutturate in modo non molto dissimile. E capisco anche dopo il perché. Oltre al freddo, anche la scarsa puntualità è caratteristica delle ferrovie russe. Dunque il passeggero deve attendere al caldo e tranquillo in prossimità del treno. In una struttura sopraelevata rispetto ai binari appunto, oppure in una struttura sotterranea come per esempio nella nuova stazione di Ekaterinburg.

L'amplissimo salone della struttura sopraelevata è disseminato di chioschi che vendono generi alimentari. Tutti i chioschi sono affollati. Mi chiedo chi sia mai tutta questa gente che compra da mangiare. Solo dopo mi accorgerò come siano i passeggeri dei molti treni in transito ben più che coloro che attendono di prendere un treno.

E' ora di andare. Saluto il carissimo Enzo con un forte abbraccio e con un arrivederci e soprattutto con un grazie per i giorni passati insieme. Mancano 10 minuti all'arrivo del treno. Con sorpresa però mi accorgo che il treno è già sul binario. Mi affretto a trovare la mia carrozza. Probabilmente l'orario indicato del tabellone è quello di partenza e non di arrivo?.forse. Il treno è lunghissimo e la camminata con valige e borse è affannosa. Finalmente arrivo alla mia carrozza. Mi accoglie una ferroviera veramente grassa, bionda ed imbellettata. Una vera donna cannone. Pare tragico, ma sembra proprio che le donne russe ad un certo punto tendano a lasciarsi andare. Speriamo di sbagliare. La elegante divisa con mostrine della donna cannone è questa volta verde militare. Ma è lisa e un pò trasandata. Mi sorride e gentilmente mi accompagna al mio scompartimento. Noto che nella carrozza non esistono poltrone, ma solo cuccette. Quattro cuccette per ogni scompartimento e non sei come in Italia. Inoltre gli scompartimenti sono solo dieci. Nei treni russi dunque non c'è sovraffollamento. Tutti gli scompartimenti sono occupati e tutti i passeggeri stanno mangiando. E' l'ora di pranzo che a motivo dei vari fusi sui treni russi dura dalle tre alle quattro ore. Dipende da dove sei salito. Di fatto si mangia sempre.

Il mio arrivo genera sorpresa mista ad attenzione. Il ceto dei viaggiatori è basso e molto semplice. Solo ora percepisco che questo treno è un qualche cosa che assomiglia alla terza classe di un tempo in Italia. Il mio blazer blu con camicia azzurra con righette bianche e pull over rosso è un qualche cosa di stridente in modo siderale per l'ambiente dello scompartimento ed stona senza possibilità di appello. E' un qualche cosa che ricorda la stecca del solista quando tutta l'orchestra tace: non mimetizzabile nella sua oscenità. C'è una giovane e bionda mamma, deliziosa con il suo bimbo anche lui biondo e con gli occhi azzurri; un signore anziano con la sua camicia a scacchi e bretelle in vista, forse un nonno ed infine un uomo molto semplice vestito in modo assai dimesso con una camicetta a mezze maniche veramente brutta. Tutta gente semplicissima del profondo popolo russo. Un mondo a me totalmente ignoto. C'è un attimo interminabile di silenzio.

Come in un lampo però mi ricordo dei consigli che do sempre ai miei clienti: " appena la levano dall'isolamento la prima cosa che dovrà fare è presentarsi ai suoi compagni di cella in modo spontaneo.". E così faccio io :"Menja zavut Emilio i ja italianskij turist". Poche parole imparate a memoria prima di partire: "Mi chiamo Emilio e sono un turista italiano".

La situazione si sblocca immediatamente e tutti mi sorridono. Il vecchio parla per tutti. Non capisco assolutamente nulla, ma il tono è gentile e cordiale. In genere a questo punto in altri paesi egualmente lontani che ho conosciuto nei miei viaggi in situazioni come queste, qualcuno si mette a cantare "o sole mio" per dar da capire che ha compreso chi sono e da dove vengo e che è contento di vedermi. Ma qui non accade. Evidentemente per loro l'Italia è qualcosa di eguale a ciò che la Russia è per gli italiani: una realtà sconosciuta totalmente e lontana. Le mie parole hanno tratto in inganno, perché tutti pensano che io parli bene il russo. Il dialogo diventa subito asimmetrico. Loro parlano tranquillamente pensando di essere capiti. Invece io non capisco assolutamente nulla. Forse stanno facendo complimenti, o simpatiche battute o stanno dicendo frasi di circostanza?. forse. Per me è notte fonda e dunque presto tutto si ferma. Rimane solo il dialogo dei gesti, dello sguardo, della mimica facciale. E' proprio vero che noi discendiamo dalle scimmie! Mai come in queste circostanze guardando l'efficacia del dialogo mimato dai gesti e dalle espressioni del volto ( l'unico possibile in queste circostanze) mi do conto che non può che essere così.

Arriva la capovagone e mi porta lenzuoli e coperte. Parla ma io non capisco. Intuisco però facilmente che devo pagare 3 rubli. Dopo i primi convenevoli fatti di gesti e sguardi, ognuno riprende a mangiare. L'uomo giovane e semplice, gentilissimo mi invita a partecipare alla mensa e mi porge un pezzo di carne di maiale affumicato il cui odore greve riempie tutto lo scompartimento. Ma io mi schernisco. Non posso però rifiutare il cognac che lui beve con la stessa disinvoltura con la quale noi beviamo il vino. Immagino che mi versi un bicchierino. Ed invece mi ritrovo tra le mani una tazza da caffellatte piena di cognac. Qualcosa vicino ad un quarto di litro. Il gentile padrone di casa mi invita a berla tutta d'un sorso perché così si fa da loro. Poi potrò dormire meglio. Io però titubo. Ringrazio il Buon Dio di essere stato una buona spugna in passato e sorseggio la tazza piena. Il cognac è buono ma è veramente tanto, io poi sono semidigiuno. L'uomo semplice si arrende ed io lentamente bevo il mio quarto di litro di cognac.

Il treno finalmente parte con 20 minuti di ritardo rispetto all'orario previsto e tutto scivola nella normalità. Lo scompartimento dei treni russi è una piccola famiglia. Si condivide, si parla, si passa il tempo insieme. I miei compagni di viaggio parlano fitto, fitto ed ogni tanto si rivolgono a me, ma per me è tutto incomprensibile. Fuori nel corridoio giocano i bimbi e di tanto in tanto qualcuno passa con una tazza in mano. Mi incuriosisco e guardo dove va questa gente con la tazza. In fondo al corridoio c'è un boiler con acqua calda. Chi vuole va e si serve. E così si fanno te, minestre, caffè liofilizzati?.

Ora il treno ha lasciato la città, il pranzo è terminato e tutti si mettono a fare un piccolo riposo. Il giovane uomo che si è scolata una bottiglia intera di cognac dorme tranquillamente ed anche il vecchio si appisola. La giovane mamma mette a riposare il bimbo ed io che sono stato duramente colpito dal quarto di litro di cognac, non disdegno un riposino che presto si tramuta in piacevole sonno.

Le carrozze dei treni russi sono come quelle dei treni italiani degli anni 60. Sono semplici ed essenziali. Non sono perfettamente ammortizzate ed il rumore delle giunture delle rotaie si sente molto distintamente e dà una cadenza d'insieme che alla fine diventa assonanza che da il ritmo a tutto, anche ai pensieri. Ma questo mi riporta ai viaggi fatti da bimbo ed al placido clima placentare che avvolge il viaggiatore che salga su questi treni. E il sonno diventa un dolce amico.

Quando mi risveglio decido di fare due passi. La carrozza è piena di famigliole che tornano dal mare. Sono tutti abbronzati e vestiti da mare appunto. I genitori stanno nelle cabine e leggono o giocano a scacchi o a carte. I ragazzi invece stanno in corridoio e fanno comitiva. Gli animali, cani e gatti stanno disciplinatissimi al loro posto. Tutto però è ben regolato ed ordinato. In fondo c'è la piccola cabina del capovagone. Quando mi vede passare mi chiede a gesti se voglio un tè. Naturalmente accetto e con altri tre rubli mi trovo tra le mani un ottimo bicchiere di te caldo e aromatizzato. Sì, il vagone del treno russo è un universo chiuso ed ordinato in cui la capovagone ha un potere assoluto di controllo e di vigilanza ed in cui le regole sono chiare e definite.

Il treno è come subito immaginato un treno di terza classe e come ben noto alla bigliettaia di Samara. Ferma a tutte le stazioni possibili, quindi è partito molto prima ed arriverà sicuramente molto dopo di quello che parte invece alle 4 del pomeriggio. . Questo però mi affascina. Mi colloco sulla piattaforma vicino alle porte di ingresso e osservo. Il paesaggio è stupendo. Abetaie e pinete e boschi senza fine si alternano a radi campi coltivati. Una natura bellissima, lussureggiante intatta ci circonda.
.. il paesaggio e' stupendo. A Betania pinete senza fine si alternano a campi coltivatibosco visto dal treno
La ferrovia è delimitata da rami e tronchi accatastati ai piedi della carreggiata. Sono un'ideale barriera divisoria con il bosco. Evidentemente questa è la tecnica usata per tenere lontani gli animali dalle rotaie. La fauna di questi sconfinati boschi deve essere molta e ricchissima. Ricordo bene il detto russo: il governatore della taiga in Siberia è il signor Orso. Chissà se ci sono orsi in questi boschi sconfinati !

Non vedo strade ai bordi della ferrovia. Quando si intravede una casa, poi un'altra poi un'altra ancora, il treno rallenta. Vuol dire che stiamo entrando in un villaggio. E' curioso. Non esistono strade che costeggiano la ferrovia. Dunque i villaggi sono nati per l'arrivo della ferrovia e non viceversa. Sono nati là dove c'è una minima risorsa economica. Ed infatti in ogni villaggio vedo o una fabbrichetta, o una segheria o una miniera o un cementificio; insomma un qualche cosa che giustifichi una presenza antropica sotto il profilo economico. Le case sono tutte di legno. Alcune, come avevo già visto a Samara, sono anche molto vecchie. Sono tutte ordinate in file parallele, con il loro giardino e la intimità di una famiglia al loro interno. Un intimità che intravedo ed intuisco e di fronte alla quale sento bene la invadenza di questo intruso che è la ferrovia. Ma forse per gli abitanti di queste case la ferrovia è un membro della famiglia in più con i suoi rumori ormai perfettamente consueti e lo sguardo curioso dei passeggeri che fruga tra le finestre?. forse. Sì fuori dal finestrino c'è un universo ricco, vivo e sicuramente animatissimo e tuttavia irraggiungibile ed incomunicabile. Il viaggio consente la percezione ottica e spirituale di questo universo, ma la sua conoscenza profonda ed autentica esige la stabilità, la consuetudine, la vita in comune. Un lusso per il viaggiatore frettoloso come sono io in questi frangenti.

Le strade sono di terra battute. Le macchine scarse e solo qualche mitica moto Ural si arrampica per i viottoli sterrati. I prati e gli orti si alternano a pezzi di bosco che resistono all'urbanesimo. Il colore prevalente è il verde. I rari passanti infagottati vanno per le loro strade seguendo i loro pensieri. Non vedo molte chiese ma sempre si intravede un monumento a sfondo militare. Chissà chi comanda in questi villaggi e quale sia la catena gerarchica che lega e amalgama questa società rurale. Mistero nel mistero.

Appena il treno sta per fermarsi la capovagone compare, aspetta che il treno si fermi, quindi apre la porta con un rituale antico ma sempre eguale. Pulisce il passamano che sta accanto agli scalini di accesso, si sporge fuori per vedere chi arriva ed aspetta in piedi i passeggeri senza muoversi, anche cioè se non ci sono passeggeri. Appena il treno si muove richiude la porta e sparisce nuovamente. E il rito si ripete ogni 30-40 minuti. Tale infatti è il ritmo delle soste. Calcolo che tra un villaggio ed un altro ci sia una distanza di non meno di 50 Km. I villaggi russi che costeggiano la ferrovia dunque, vivono nell'isolamento ed in una sorta di autarchia sociale. Un universo chiuso per secoli e solo oggi infranto dalla realtà mediatica. Le antenne delle televisioni infatti non si contano. Un universo che è perfettamente omogeneo ad una cultura agricola e sostanziamente statica, il cui risvolto naturale è una struttura politica accentrata ed una religiosità molto conservatrice. Un universo sconfinato ed immenso. Capisco ora perché non si può comprendere la Russia se non ci si confronta con la sua realtà agricola e con la sua cultura millenaria nata dalla terra e ad essa ancorata; con quella che gli stessi russi chiamano la Russia di legno, appunto. Tutte le stazioni sono minuscole e fatte da una semplice casetta di muratura o addirittura di legno e senza neanche marciapiede. Non sale nessuno e nessuno scende. Dietro le spalle della capovagone intravedo un'umanità agricola e rurale infagottata in scialli neri e con ceste, pacchi, e sporte tra le mani, che aspetta. Spesso intravedo treni locali con carrozze identiche a quelle degli anni 30 in Italia. E' una economia semplice e legata al baratto quella che si intravede esaminando la tipologia dei passeggeri di queste stazioni perse nella campagna russa. Ma sarà così? Ma il treno riparte, la capovagone richiude la porta e scompare. Il paesaggio ridiventa all'improvviso totalmente disabitato e solo coperto di boschi, abetaie e pinete. E i paesini si snodano l'uno dopo l'altro come i grani di un interminabile rosario. Sono tutti eguali.
villaggio di legno che costeggia la ferrovia campagna russa

Ogni cinque minuti il nostro treno incrocia un altro treno proveniente dalla direzione opposta. In prevalenza sono treni merci lunghissimi. Carbone, tondini di acciaio, legname, gas, ghiaia?. Dalla Siberia e dall'Asia parte ogni ben di Dio verso occidente. Intravedo nel passaggio continuo di questi treni la immensa ricchezza di materie prime del gigante economico russo. Presto ci accorgeremo della forza straordinaria di questa economia liberata dai lacci di una logica militarista di tipo sovietico. Nel giro di qualche anno l'Europa avrà alle sue frontiere questo gigante economico uscito da una lunga malattia. Questo è sicuro.

Ad ogni stazione c'è una media di uno o due treni merci fermi. Evidentemente sostano per dare la precedenza a noi che siamo un treno passeggeri. Vedo così, che al centro di ognuno di questi treni lunghissimi c'è un vagone di servizio. Dentro giocano a carte o mangiano alcuni operai. Probabilmente in quella carrozza dormono anche. Sicuramente è la loro casa per tutto il viaggio che - date le circostanze - non durerà meno di una settimana o forse più.

Finalmente alle dieci di sera arriviamo ad una grande città: Ufa. Anche la stazione è grande e piena di chioschi alimentari. Decido di scendere velocemente per comprare qualche cosa. Faccio cenno con la mano alla capovagone per chiedere quanto tempo il treno starà fermo. Lei mi guarda e sorride. Si vede immediatamente che non ha assolutamente capito quello che le sto chiedendo. Alla fine apro il palmo della mano alludendo ai classici cinque minuti. La donnona mi accenna di sì. Ma è un sì poco convinto che da l'impressione di essere stato buttato là più per togliersi dai piedi uno scocciatore che per un assenso convinto e argomentato. Nel dubbio scendo di corsa e volo al primo chiosco. Compro super velocemente una buona focaccina per la cena, e risalgo immediatamente. Tempo: non più di quattro minuti. Ma sono il solo a risalire. Anzi per vero mentre io salgo velocemente, altri tranquillamente scende e passeggia lentamente di fronte al vagone fumando la sua sigaretta. Altri ancora scende ancora dopo di me e va a comprare le cose ad un chiosco ancora più lontano. Nessuno ha fretta ed il tempo scorre placidamente. Solo io attendo - vanamente - che la porta si chiuda ed il treno riparta. Passano così prima dieci minuti, poi altri dieci, poi mezz'ora. Alla fine, ma proprio alla fine arriva qualche segnale che non percepisco e tutti risalgono sul treno in modo molto lento e tranquillo, con in mano gli acquisti fatti.

La scena mi lascia sconcertato. Come è possibile stare fermi 45 minuti in una stazione quantunque di una città importante. Solo con l'andare del tempo mi rendo conto che la sosta lunga in stazione fa parte della cultura del viaggio dei russi. Un pò come la sosta alla Izbà di Tolstoiana memoria per cambiare i cavalli e ristorarsi. La stazione è luogo di sosta, di riappropriazione di sé e della propria dimensione personale spazio-temporale dopo l'immersione nella vasta natura e nel territorio che l'andare senza fine impone. E' luogo di acquisti, di piccoli commerci, e di una microeconomia locale, che è di fatto baratto. Se avessi qualche cosa da vendere infatti sono assolutamente convinto che potrei barattarla con la focaccina o il panino di salame fatto nelle case e estratto da una sporta di vimini delle contandine vestite di nero e di età indecifrabile, venute a vendere le loro cose vicino ai chioschi che stazionano sulla banchina. Nella Izbà, così come nelle stazioni importanti, il ristoro è dunque legato all'approvvigionamento alimentare ed al riposo fisico, che per il passeggero russo si concretizza in una passeggiata, in una sigaretta, in una chiacchera, in una rilassante boccata d'aria. Alla fine il treno riparte.

Ormai è notte, ma il vagone ha ancora una sua qualche vita. All'improvviso però le luci si spengono. Guardo l'ora. Sono le undici. Sì alle undici precise il capovagone ha spento le luci per tutti. Nessuno dice nulla e la cosa appare normalissima. Provo a immaginare cosa sarebbe successo se questo fosse accaduto su un treno italia. E' proprio vero. Siamo a 10.000 Km da Roma e si vede bene.

E' ora di dormire dunque e tutti tranquillamente si mettono a dormire. La giovane e deliziosa mamma sotto di me dorme con il suo bimbo tra le braccia. Una scena delicata e dolcissima. Gli altri già dormono ed io che ho un problema di sonno quando viaggio, che non è quello di addormentarsi, bensì di svegliarsi, non faccio a tempo ad accorgermi se russano o meno.
la giovane e deliziosa mamma sotto di me dorme con il bimbo tra le braccia mamma e bimbo

Il risveglio è lento e graduale. Siamo ormai a Tcheliabinsk. Mi affaccio dal finestrino e vedo una serie di villaggi che si susseguono molto intensamente. L'urbanizzazione nella Russia asiatica è evidente. Molti piccoli villaggi assai distanti l'uno dall'altro e poi grandi città che agglomerano una grande quantità di abitanti. Le case di legno si susseguono senza fine. Poi arrivano le prime case di muratura. Sono le città satellite. Poi si arriva ai quartieri periferici. Infine dopo un buon tratto si entra nella città vera e propria.

Tcheliabinsk è una città come le altre. Dalla ferrovia vedo il traffico mattutino di chi va al lavoro: macchine un po' vecchiotte, autobus, cittadini che camminano veloci, le immancabili moto Ural. Insomma una città normalissima. Eppure siamo ai piedi degli Urali.

Mi preparo a scendere ed osservo i preparativi. All'improvviso escono da sotto i sedili bagagli e valige. Tutti si vestono cambiandosi. Nei treni russi infatti dato il lungo percorso si viaggia vestiti in assoluta libertà: tute, pigiami, magliette e fusò. Nessuno porta le scarpe esattamente come nelle famiglie, ma solo ciabatte o pantofole. L'arrivo necessariamente coincide con il riposizionamento di un abbigliamento normale e da città. Esco dallo scompartimento mentre la deliziosa mamma si cambia. Io invece, da buon italiano ho sempre lo stesso vestito e da vero cafone ho viaggiato con le scarpe. Ma solo ora mi accorgo di quanto sia stato cafone.

Ci salutiamo in modo caldo e cordiale con tutti i passeggeri. Non ci rivedremo più e tuttavia da loro ho imparato qualche cosa. Anche questo mi fa riflettere.

Ora mi aspetta la parte più difficile. L'arrivo in una stazione sconosciuta e in un paese sconosciuto da solo, è un passaggio delicato e ignoto. Occorre prudenza. Seguo le tecniche di sopravvivenze imparate nei lunghi viaggi fatti in passato. Per prima cosa si deve scendere per ultimi, seguire la corrente dei passeggeri e non fare domande. E' evidentissimo che io sono straniero, ma tutti devono pensare che sono perfettamente ambientato e conosco a perfezione i luoghi. Occorre tenere lontano eventuali ipotetici malenitenzionati che aspettano nelle stazioni i polli da spennare come appunto sono io. Cammino dunque perfettamente a mio agio seguendo chi mi precede, pecora persa nel gregge. Il sistema funziona perché mi ritrovo senza difficoltà nella hall della stazione. Ora occorre capire come girano le cose e nulla aiuta di più che fermarsi al bar per prendere un buon cappuccino con la consueta focaccina. In Russia non esistono i cappuccini, ma esiste il latte con caffè, che poi è più o meno la stessa cosa ed è l'unico modo per bere in modo accettabile del caffè. Mi avvio alla cassa del bar. Per fortuna già a Samara ho imparato che potrei stare seduto ai tavolini del bar un mese e vanamente. Infatti in Russia ai bar si va alla cassa, si paga, si prende quello che si è chiesto e ci si siede. Solo nei posti turisticizzati come Mosca le cose girano come da noi e ci si siede aspettando il cameriere.

Tutto funziona a perfezione e tra l'altro il buon latte con caffè è accettabile. Osservo tutte le uscite e mi decido per quella laterale. Mi avvio seguendo la variopinta corrente di persone che escono dalla stazione. Appena fuori però mi accorgo che le cose non quadrano. Una grande quantità di pulman e nessun taxi. Qualcosa non funziona. Effettivamente sono uscito dalla parte della stazione degli autobus e non sulla piazza principale. Ma l'errore è provvidenziale perché ora so dove sta la stazione degli autobus che solo tre giorni dopo userò per arrivare alla tappa successiva: Ekaterinimburg. Ma questa è un'altra storia.

Lentamente faccio il giro della stazione ed intravedo il posteggio dei taxi. Tiro dritto quando qualcuno mi propone taxi evidentemente privati. Devo prendere quelli ufficiali, cioè quelli con l'insegna luminosa e la scritta taxi sul tetto. Arrivo vicino al primo taxi e mi fermo in silenzio. Ora arriva la parte più delicata ma anche più facile: quella della contrattazione. In Russia infatti occorre sempre contrattare tutto, non certo per spuntare i prezzi perché per fortuna la competizione rublo - euro rende i prezzi molto, molto accessibili ma per essere sicuri di non trovarsi poi dinnanzi a sorprese. La tecnica di contrattazione non può che essere quella che ho imparato da ragazzo proprio dal grandissimo ministro degli esteri di Krusciov, Andrei Gromiko, chiamato dalle diplomazie occidentali sconfortate mister niet; mister no. Dunque una faccia impassibile ed eburnea che sa dire solo no.

Subito sono avvicinato da un brav'uomo che evidentemente è il primo della fila dei taxi che attendono. Il brav'uomo mi dice qualche cosa ovviamente di incomprensibile. Senza proferire parola prendo l'elenco degli alberghi dei meeting che ho stampato dal computer a Roma e glielo metto sotto il naso indicando quello di Tcheliabinsk. I caratteri sono cirillici e dunque il brav'uomo capisce perfettamente e mi dice altre parole che non capisco. Intuisco però che mi sta dicendo che va bene e che mi porterà là. Arriva il momento della parola magica "skolkà" che vuol dire semplicemente " quanto costa?" Il brav'uomo mi guarda incuriosito. Infatti non ho pronunciato nessuna parola se non questa. Dunque forse parlo il Russo. E' bene che abbia questo dubbio. Mi risponde molto chiaramente e mi dice il prezzo che ovviamente non capisco. La risposta è semplice ed alla Gromiko : niet. Il brav'uomo mi guarda stralunato e comincia a parlare. Forse mi dice che l'albergo è lontano, che deve comprare una macchina nuova, che ha figli da sfamare o forse mi sta dicendo nel dialetto di Tcheliabinsk che il prezzo e quello che non "gliene frega niente del mio no"?. forse. Certo è che non comprendo nulla. Arrivano i suoi compagni di lavoro a dar man forte e cominciano a parlare tutti insieme e tra loro. Forse gli staranno dicendo di mandarmi a quel paese o di avere pazienza. Che sensazione strana dialogare e trattare senza comprendere una parola ! Al termine del piccolo monologo interrotto dall'intervento "ad adiuvandum" dei compagni, il brav'uomo tace perplesso e mi guarda. Impenetrabile e con volto marmoreo alla Gromiko do la consueta risposta: niet. Ora gli animi si scaldano. L'uomo scuote la testa e mormora qualche cosa che certo non deve essere molto carina. I compagni pure abbassano le braccia. Momento di silenzio e di imbarazzo generale. Arriva un altro ancora. Vedo bene che è il capo dei tassisti. Già a Samara ho avuto modo di vedere che le stazioni dei taxi che stanno fuori delle stazioni ferroviarie, sono gestite e organizzate da una mano misteriosa che guida e controlla. Forse il capo di una cooperativa?..forse. A me è parso di capire così. Sia come sia, questo ennesimo brav'uomo prende in mano la situazione e fa ripartire la contrattazione ricominciando da capo con un altro piccolo monologo naturalmente incomprensibile. Ma io ormai ho raggiunto il mio scopo: sono al posto giusto, ovvero alla stazione dei taxi pubblica di Tcheliabinsk. Ho contrattato con un soggetto conosciuto da tutti e perciò lontano dal crimine. Ho la certezza che il posto dove devo andare esiste, che il prezzo proposto è certo e chiaro e che l'interlocutore ha ben certo che io non pagherò un prezzo diverso da quello richiesto. A questo punto è semplice la chiusura. Tiro fuori un pezzo di carta e scrivo la somma già pagata a Samara per una prestazione eguale: 100 rubli. Fortuitamente la somma è proprio quella voluta dal taxista. Mi risponde in russo : "si 100 rubli". Ripeto quello che lui dice indicando la somma scritta sul pezzo di carta ed ho la conferma finale: 100 rubli. L'accordo è raggiunto in pochi istanti e la trattativa apparentemente insolubile trova soluzioni troppo facili rispetto alla piega iniziale. Il povero tassista avrà di che parlare con i suoi compagni di questo strano modo di fare degli occidentali.

Mi imbarco in pochi secondi e il taxi si immette nella grande strada che porta al mio albergo. Più semplice di quanto previsto. Tutto quello che si dice su mafie russe e rapine ai turisti nella vasta provincia a oltre 3.000 KM da Mosca non trova alcun riscontro. Un viaggio semplicissimo, molto bello ed interessante e chiuso nel migliore dei modi. Quando pago all'arrivo non esiste nessuna possibilità di discussione. In poco tempo sto in un comodo albergo ed in una calda vasca da bagno.

§ § §

L'esperimento della tratta ferroviaria è arrivato al suo punto di arrivo. L'intuizione iniziale maturata a Roma ha trovato pieno e favorevole riscontro. In Russia la maggioranza della popolazione viaggia in treno e viaggia assai comodamente e senza difficoltà, anche nelle carrozze di terza classe.

Nella tratta successiva che sperimenterò tra Ekaterinmburg e Mosca, sarà evidente come non siano poi molte le differenze tra un treno di terza classe ed uno di prima. Le fermate saranno molte meno. Sarà possibile usufruire della carrozza ristorante semideserta e ottima. Sarà diversa l'utenza; non più famigliole che tornano dal mare o lavoratori pendolari ma molti molti militari. Probabilmente ai confini con la Mongolia la situazione non è molto semplice. Ma la sostanza non cambierà. Il treno russo è un universo chiuso ed una famiglia accogliente ed ospitale. Il viaggio in Russia è un esperienza spirituale prima che materiale e l'attaccamento dei russi alla loro ferrovia è un qualche cosa di molto, molto più profondo che un semplice rispetto per un oggetto pubblico e comune.

Quando qualche giorno dopo torno verso il centro di Roma usando la elegante e comoda e silenziosa e veloce carrozza del treno Fiumicino - Roma mi accorgo di quanti ignobili graffiti e ineleganti scritte inneggianti a Totti piuttosto che a Bice, primo infantile e misterioso amore scolastico di qualche studente ineducato, imbrattino la carrozza. Un qualche cosa di inimmaginabile in Russia dove al nostro arrivo a Mosca la capovagone è scesa velocemente e con un secchio di acqua calda preso dal famoso boiler in fondo al corridoio, si è messa a lavare tutti i vetri della carrozza peraltro già abbondantemente pulita con aspirapolvere e vetril mentre eravamo ancora in viaggio ed in prossimità della stazione. E sì che non c'era poi molto da pulire perché tutti giravano in ciabatte e pantofole lasciando le scarpe rigorosamente da parte.

Sì è proprio vero: non c'è modo migliore di conoscere un paese se non quello di viaggiare sulle sue ferrovie. Ed alla resa dei conti l'interrogativo che rimane sull'agenda è se sia meglio una carrozza lenta, rumorosa ma accogliente, pulita e familiare o non piuttosto questa carrozza elegante, silenziosa e veloce ma sporca, anonima e piena di gente che non ti guarda in faccia. Un interrogativo aperto ma che in cuor mio ha già avuto una risposta.

Alla "fine della fiera" per usare una simpatica espressione appresa dagli amici del nord, la disgrazia di non poter essere partito con la mia veloce macchina si è rivelata una fortuna. Per conoscere veramente la Russia occorre viaggiare in auto ed anche in aereo e torpedone certamente, ma sopratutto in treno. Curiosamente infatti il viaggio alternativo in Russia non è quello in macchina ma quello in treno. Sì sono contento del mio viaggio alternativo ed ora posso serenamente pensare al futuro avendo alle spalle questa felice esperienza dell' 'altro viaggio'.

Er-lacoste

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pagina curata da Michal Maruska & Elisabetta de Carli Maruskova

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